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L'AMBASCIATRICE DEI DRAGHI
Dettagli € 23,00

RECENSIONI

Monica Scaglia
Già fantasmi prima di morire
Sensibili alle foglie, Roma, 2019
 
 
 
 
 

 

Maria Rita Prette

La guerra che fingiamo non ci sia

Sensibili alle foglie, Roma, 2018 

 

Segnalo questo libro che è un percorso documentato e rilevante, seppure agile e sintetico, dentro meccanismi, logiche, strumenti che, individua e svela i burattinai e profittatori occulti e non, gli interessi e le strategie celate che stanno dietro ad ogni guerra moderna. Quelle che ormai sono nell’immaginario collettivo mediatico definite “guerre umanitarie”.

E’ un libro che vuole portare l’attenzione su come l’istituzione della guerra sia cambiata profondamente nel corso dei decenni, su come sono cambiati i suoi strumenti e come, da un lato privatizzandosi, dall’altro virtualizzandosi, sia entrata nella nostra quotidianità travestita da “misura di sicurezza”.

Scrive, a questo proposito, il filosofo e scrittore francese Gregoire Chamayou:  

Quando il nemico diventa un mero materiale pericoloso e lo si elimina da lontano, guardandolo morire sullo schermo dal caldo bozzolo di una safe zone ( zona sicura) climatizzata, la guerra asimmetrica si radicalizza fino a diventare unilaterale. Perché certo, si muore ancora, ma da una parte sola”, 

Lo scritto di Maria Rita Prette, è uno strumento utile per chiunque voglia capire, conoscere e non farsi “usare” dal “mainstream” (letteralmente “corrente di pensiero prevalente”, riferito

cosa deve arrivare a noi, tramite i mezzi di comunicazione di massa) che, in modo sottile e scientifico “conduce” anche persone in buona fede, a “posizionarsi” su concetti utili ai poteri forti e guerrafondai. Oggi, questa “corrente di pensiero prevalente”, viene appunto usata da supporto ideologico all’attuale “cosiddetto mondo pacifista”.

Nell’introduzione del libro l’autrice scrive: “siamo in guerra ma facciamo finta di non saperlo. Su di noi non cadono bombe…non dobbiamo correre nei rifugi durante il giorno o nelle notti. Ci siamo da così tanto tempo e con così tanta indifferenza da non rendercene neanche più conto”. 

Tutto questa situazione di aggressione continua operata dalle potenze occidentali, è determinata da un innegabile dato storico, come ha ben sintetizzato K. Andrews dell’Università di Birmingham: “il progresso e benessere dell’occidente, non sarebbe stato possibile senza la schiavitù, il genocidio e il colonialismo per il resto dell’umanità”.

Anche la nostra realtà dipende da questa situazione; la difesa del nostro benessere quotidiano è uno dei motivi portanti per cui l’Italia è stata parte attiva nelle guerre degli ultimi vent’anni.

In un rapporto del Ministero della Difesa italiano del 1991, riportato da Manlio Dinucci è scritto: “i rischi per le nazioni occidentali, tra cui in particolare l’Italia, il cui sviluppo economico dipende sensibilmente dalla diponibilità degli approvvigionamenti energetici, risultano palesi e rilevanti. Allo stato attuale il Medio Oriente e alcuni paesi del litorale nordafricano rivestono una valenza strategica particolare per la presenza delle materie prime energetiche NECESSARIE alle economie dei paesi industrializzati, la cui carenza o indisponibilità costituirebbe elemento di grave turbativa degli equilibri strategici in fieri…Le misure da adottare devono prevedere anche l’eventualità di interventi politico militari tendenti…ad assicurare la tutela degli interessi vitali, delle fonti energetiche, delle linee di rifornimento”.

ECCO, in poche righe la verità, una verità sancita senza ipocrisie o veline. ECCO la “necessitàdella guerra per l’occidente. 

Scrive ancora M.R.Prette: “guerre necessarie, dunque, al sistema in vigore e alla sua continuità. Un sistema che ha caratteristiche neo coloniali, razziste ( in quanto gli aggrediti, arabi, africani, asiatici, slavi, indios, casualmente non appartengono alla “razza bianca”). Ma soprattutto, il sistema, ha  caratteristiche capitalistiche e mette quindi al centro i suoi profitti, economici e di potere, per realizzare i quali ricorre all’uso della violenza”.

Quindi sono normalmente utilizzate tecniche diverse, come: ricatti, minacce, embarghi, sanzioni economiche, rivoluzioni colorate e quando tutto questo non funziona, si passa tranquillamente alla guerra, giustificata come il male minore.

Qualsiasi paese o popolo che intenda preservare la propria autonomia e indipendenza, il proprio diritto di scelta, diventa immediatamente, per l’ordine mondiale esistente, un ostacolo che deve essere aggredito, abbattuto e piegato. 

Basta scorrere l’elenco cronologico delle varie guerre scatenate negli ultimi decenni, dall’Afghanistan all’Iraq, da Grenada alla Jugoslavia, dalla Siria alla Libia, dal Donbass allo Yemen, e domani forse l’Iran, per avere conferma di quanto sopra affermato, l’evidenza di questi fatti  è sotto gli occhi di tutti, è impossibile non vedere, è banalmente evidente, drammaticamente dimostrato.  Tutto quest’ammasso di sofferenze viene giustificato in nome del bene dei popoli, della loro libertà, del loro sviluppo, e vengono definite: “guerre umanitarie

M.R.Prette svela in questo suo libro i meccanismi della “istituzione guerra”, di cui, come in un videogioco, al pubblico occidentale arrivano solo immagini lontane, devitalizzate, virtuali, dove con un clic si può distrattamente vedere, magari dall’altra parte del pianeta, che si uccide, bombarda, si rade al suolo, si colpisce; ma quelle migliaia di corpi umani che, sotto le bombe, perdono ogni giorno la vita, vengono percepite come immagini che passano su un video, e con un altro semplice clic possono essere rimossi dalle coscienze collettive, non sono più persone ma solo immagini insignificanti che non suscitano alcun sentimento.

L’autrice, con questo lavoro, ci aiuta a guardare a questi dispositivi per cercare di rendere consapevoli i cittadini, che le scelte dei nostri governi e stati, ci rendono complici, chi in misura maggiore, chi minore, ma oggettivamente conniventi e collaborazionisti. 

L’autrice si augura con questo libro, almeno di indurre a smettere di “fingere che la guerra non ci sia”.

Io penso che questo libro dia stimoli e sensibilità maggiori circa la necessità di riprendere la difficile lotta per la pace contro la guerra. Senza precondizioni e discriminazioni ideologiche, ma partendo da valori e basi etiche, sociali, contro la disumanizzazione dell’attuale società e delle nostre vite. Fosse anche solo, come diceva l’indimenticato Vittorio Arrigoni per “restare umani”.

Un libro da leggere e utilizzare come strumento, che ci aiuta nel lavoro d’informazione e solidarietà concreta con i popoli aggrediti e le resistenze di chi non intende vivere in ginocchio. 

Dal Kosovo Metohija alla Palestina, dalla Siria al Donbass.

 

“la guerra non è una canzone, che si può dimenticare

 la guerra è una favola funesta, che ogni giorno si manifesta”  

 (Milena N. 12 anni, enclave del Kosovo Metohija )

 

A cura di Enrico Vigna, CIVG   -  Giugno 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Iozzoli

L’Alfasuin
Sensibili alle foglie, Roma, 2018

 

 

È da poco giunta in libreria L’Alfasuin (Sensibili alle foglie, 2018), quinta prova narrativa di Giovanni Iozzoli, autore che nel giro di pochi anni ha pubblicato un’interessante serie di romanzi che abbiamo avuto modo di affrontare in più occasioni su Il Pickwick.

A proposito delle prime tre uscite – I terremotati (Manifestolibri, 2009), I buttasangue (Edizioni Artestampa, 2015) e La vita e la morte di Perzechella (Edizioni Artestampa, 2016) – avevamo parlato di “trilogia dello sradicamento”, mettendo in evidenza come i veri protagonisti delle sue opere potessero essere individuati nella crisi e nel senso di sradicamento che opprime i protagonisti. Una crisi economica, certo, ma anche una crisi dei rapporti umani e di senso che rende incomprensibile la realtà a cui si aggiunge l’angosciante sradicamento di personaggi che, accomunati da un analogo percorso migrante, si trovano del tutto incapaci di incidere su una realtà che li travolge prepotentemente. A tale trilogia si è poi aggiunto il recente Di notte nella provincia occidentale (Edizioni Artestampa, 2018), romanzo che per certi versi può essere aggiunto ai precedenti dando così luogo a una “tetralogia dello sradicamento” perché, in definitiva, anche in questo lavoro ritornano la crisi e lo sradicamento dei personaggi.
Nella nuova uscita editoriale Iozzoli cambia un po’ le carte in tavola: stavolta i protagonisti della vicenda reagiscono alla realtà che li sta stritolando e non si limitano a subirla. Dopo aver narrato nei due racconti brevi di Pastorale emiliana, sulla rivista Carmilla, in diretta con gli eventi, il riemergere del conflitto nel comparto lavorativo delle carni della provincia modenese, utilizzando un registro intriso di rabbia e acida ironia, Giovanni Iozzoli ha deciso di ricorrere al romanzo per raccontare quell’universo di sfruttamento che si nasconde dietro ai miti dell’Emilia rossa, delle eccellenze del Made in Italy e delle imprese locali di successo che hanno costruito la loro fortuna su accordi votati a garantire la pace sociale. In L’Alfasuin ad essere raccontato dall’autore è lo sgretolamento di un sistema costretto a fare i conti con una generazione sfruttata e inascoltata di lavoratori, spesso di origine straniera, che di fronte a condizioni di vita e di lavoro insostenibili ha trovato il coraggio di ribellarsi.
La narrazione è dunque ambientata nella provincia emiliana e qua si intrecciano una dinastia locale che ha raggiunto il successo economico nell’ambito del settore alimentare, una famiglia malavitosa che cerca di costruirsi una rispettabilità pubblica e, soprattutto, decine di lavoratori giunti dai quattro angoli del mondo per lavorare e garantirsi una vita meno agra di quella vissuta in patria.
La ditta attorno alla quale si muovono i diversi attori è l’Alfasuin – nome di finzione –, storica azienda modenese di trasformazione delle carni suine che detta legge su di un territorio fondato sul maiale e sulla pace sociale. Un sistema di governo dal passato glorioso, celebrato come emblema del Made in Italy ed esibito come un fiore all’occhiello di cui andare fieri. Improvvisamente le cose sembrano essere cambiate e il presente si è fatto confuso e indecifrabile: “Lungo l’arco di vent’anni i protagonisti si agitano frenetici dentro un modello e un mondo che si va sgretolando. Dalla retorica dell’eccellenza italiana, emerge una crudissima realtà: il vero preziosissimo maiale di cui non si butta via niente è il lavoro vivo, sempre più spremuto, sfruttato e impoverito”.
Lo scopo del libro è quello di trasporre in forma narrativa “una delle pagine più dure e inquietanti del declino italiano: lo sfruttamento selvaggio del lavoro vivo in settori – come la logistica o l’agroalimentare – in cui da anni prospera ogni genere di illegalità, violenza e sfruttamento”, afferma l’autore, e per farlo ha fatto ricorso “a forzature storiche e cronologiche, intrecciando nel tempo e nello spazio del medesimo racconto, contesti e personaggi che in realtà hanno avuto sviluppi autonomi”.
Il paese in cui è ambientato il racconto non esiste, ma esistono il distretto carni modenese ed i paesi che ne fanno da cornice. La dinastia dei prosciuttai milionari, al pari della famiglia dei mafiosetti in cerca di rispettabilità pubblica, sono soltanto invenzioni letterarie, ma si rifanno ad una realtà del territorio non tanto diversa. Infine, “il personaggio Abdallah è ispirato dalla figura del povero Abd el Salaam Ahmed El Danf, lavoratore ucciso a Piacenza il 14 settembre 2016, in circostanze drammaticamente analoghe a quelle raccontate nel secondo capitolo (pur senza evocarne la biografia personale e la sua storia specifica, custodite dalla memoria della sua famiglia e dei compagni che lo conobbero). In queste pagine c’è il tentativo di scattare una drammatica foto ricordo, a un pezzo dolente e torbido della storia dell’industria e del lavoro italiani”.  
Insomma, come dicevamo, in questo ultimo romanzo di Iozzoli alla crisi, al senso di smarrimento e allo sradicamento alcuni protagonisti reagiscono e, come sta accadendo da qualche tempo fuori dalle pagine del romanzo, nella reale Pianura Padana, gli schiavi decidono di alzare la testa e alla crisi rispondono con la rivolta. Ed è grazie a costoro che “il marcio è venuto a galla e non si potrà mai più nascondere, dietro le vetrine ingioiellate dell’eccellenza agroalimentare italiana”.

  

 

Claudio Dionesalvi, Francesco Pezzulli,

L'Evaso, Sensibili alle foglie

 

La partita a bocce del titolo evoca un luogo noto della cronaca giudiziaria cosentina. Quell’ex bocciodromo di via degli Stadi in cui venne celebrato il maxiprocesso alle organizzazioni criminali che hanno dominato dagli anni ’70 ai ‘90, con lo spaccio, le estorsioni, la gestione degli appalti, l’omicidio facile (una sessantina in pochi anni). Una città dal clima salvadoregno, in cui le bande rivali non risparmiavano bambini e passanti, dove era difficile capire se in sella alle Yamaha 500 o ai Cagiva 35 custom, c’erano sicari o rampolli delle famiglie bene. Ed è dall’ex bocciodromo che il 25 febbraio del 1997 evade lo Smilzo, Francesco Pezzulli, in totale 26 anni di carcere. Ventisei frame di tempo sospeso perché trascorsi in un non luogo in cui si può diventare invisibili, tanto da essere ignorato nel rito delle manette all’alba, tanto da allontanarsi indisturbati dall’aula bunker. Nonostante centinaia di uomini, elicotteri, telecamere, unità cinofile.

Il romanzo 
La vicenda è diventata un romanzo di cento pagine intense. “L’evaso. Partita a bocce con la libertà”, edito dalla cooperativa editoriale “Sensibili alle foglie”. E’ un’opera di cronaca storicizzata e dallo stile originale scritta a quattro mani dal giornalista e mediattivista Claudio Dionesalvi e dallo stesso Smilzo, oggi operaio generico, “impegnato nel contrastare la subcultura mafiosa”, “ appassionato di linguaggi del web”. L’Evaso sarà presentato martedì 25 giugno alle 18 a Cosenza nel chiostro di San Domenico. Il libro sarà presentato anche a Roma domenica 30 giugno, con la cooperativa che l’ha pubblicato e il 17 agosto nello “Joggi Avant Folk” di Santa Caterina Albanese. Occasioni per parlare di giustizia e vita nel carcere e per ricordare l’operazione Garden, dalla quale scaturì il maxiprocesso alle cosche di Cosenza, conclusasi nel 1994 e che portò all’arresto 116 persone, molte delle quali diventeranno pentiti. Se la partita del titolo è a bocce, è il gioco del calcio la metafora sportiva del libro. I clan si sfidano al pallone, nel cortile del reclusorio, una volta a settimana. Ed è con una partita che festeggiano, rito che da ludico diventa agghiacciante, l’omicidio del direttore dello stesso carcere avvenuto nell’inverno del 1985. Lo smilzo è spettatore. Un personaggio schivo, molto sveglio, sofferente per il tempo sospeso che gli inghiotte l’anima. Sono abili gli autori a raccontare una vicenda che ancora vive sulla pelle e nella memoria di molti, restituendo tante schegge di realtà malavitosa e incandescenti lapilli di denuncia, sul sistema carcerario e sulle ombre processuali, con la soffice andatura di una lettura romanzata.
Realtà e flusso di coscienza 
Dionesalvi, che oltre ad essere giornalista (scrive anche per “Il manifesto”) è insegnante dedito a un’aula innovativa e dilatata, entra in sintonia con il narratore testimone e insieme raccontano fatti drammatici e anche comici, scegliendo la tecnica dell’io narrante esterno, prendendo così la giusta distanza per poter ben mescolare, documenti reali, cose e personaggi riconoscibili (il super pentito Falconaro, il commissario Auricchio, Radio Baccano…), veri e propri sketch e flussi di coscienza. Quelli di Francesco Pezzulli che resta latitante dodici giorni, in cui ascoltando “Zombie” di dei Cranberries , potente canzone antiviolenza degli anni Novanta, torna nel suo rifugio, la capanna dove da libero custodiva animali selvatici e da cortile, chiassosi ma accoglienti, umanizzanti. Del resto è grazie al minuscolo cane Cosmo, personaggio reale, che i due autori si conoscono e iniziano a raccontarsi le vicende poi narrate. Nel breve tempo dell’evasione il silenzio “non danneggia più i timpani” come succedeva in carcere. Lo Smilzo in quei giorni si interroga sul perché di tutti quei morti e sul suo percorso nella malavita. Su motivazioni, pesanti responsabilità, mosse di burattini e burattinai.
Mmucca liù 
Il cosentino di lungo corso può cogliere, tra un contest drammatico e una risata, in una voragine di fatti e riflessioni, reperti di storia urbana. Dagli omicidi feroci, al gergo di quartiere, ai personaggi della criminalità più recente e del passato, come Ciccio Fred Scotti. Dionesalvi è conoscitore di questa storia e ha già narrato gli uomini d’onore bruzi in “Za peppa. Come nasce una mafia”. Scotti è l’autore del “Cantu di carceratu”, morto per un semplice sfottò e custode dei grandi felini che vivevano nella Villa vecchia della città. “Mmucca liù” gridava buttandogli chili di carne. Espressione idiomatica ancora oggi in voga.
Concetta Guido
Il Quotidiano del Sud, 25 giugno 2019

Nel 1997 ero cronista cittadino del Quotidiano di Cosenza. A quel tempo di domenica il nostro giornale non usciva in edicola il lunedì. Di domenica fu preso Francesco Pezzulli detto Lo Smilzo, clamorosamente evaso dall’aula bunker dell’ex bocciodromo dopo 12 giorni di latitanza. Si decise di fare un’edizione straordinaria del giornale. Nella mistica del cronista un’esperienza indimenticabile nella fattura straordinaria di un giornale fatto sulle ali della tempestività e che doveva dare di più della concorrenza. Quella domenica andai sul luogo dell’ultimo nascondiglio, parlai molto con l’ufficiale di alto grado che aveva condotto l’operazione di arresto. Giovanni Nistri, oggi comandante generale dell’Arma dei carabinieri. Vecchie cronache del mio archivio di carta.

Ventidue anni dopo ritrovo quella vicenda diventata letteratura di buona qualità. Claudio Dionesalvi, mediattivista di Movimento, bella penna del Manifesto, strepitoso docente di Lettere in aree del disagio, venerato dai suoi alunni per l’originale metodo democratico d’insegnamento e autore di libri palpitanti e spesso rivolti al ventre del carcere e della segregazione, ha dato alle stampe per le meritorie edizioni di “Sensibili alle foglie” “L’evaso. Partita a bocce con la libertà” libro scritto a quattro mani con il protagonista di quella incredibile vicenda.

Ho ritrovato lo Smilzo operaio generico, osservatore di fenomeni sociali e appassionato di linguaggi del web. Dopo 27 anni di carcere reinserito nella società grazie alle cooperative sociali inventate dal sindaco Mancini. Il ragazzo entrato nella malavita da ragazzino oggi contrasta la cultura submafiosa. Claudio ne ha recuperato storia e appunti per un libro che mescola noir e formazione maleducata.

Dionesalvi ha adoperato lo stesso metodo che Nanni Balestrini usò con l’operaio Alfonso per scrivere il celebre “Vogliamo tutto” per far diventare letteratura l’epopea sessantottina dell’operaio massa . Tra l’altro Balestrini e Dionesalvi hanno avuto uno stretto rapporto. Un quarto secolo fa al centro sociale Gramna, in occasione della presentazione del libro “I furiosi” dedicato agli ultrà, Claudio ha realizzato il video “Lo stadio totale”. Un video che Balestrini ha sempre proiettato in ogni presentazione italiana del libro.

“L’evaso” non è solo la cronaca di un episodio avvincente reso molto vivo attraverso la testimonianza del suo protagonista. Dionesalvi, forte dei suo studi sulle origini della malavita cosentina (“Za peppa. Come nasce una mafia”) ha il merito di andare a fondo in una vicenda spesso trascurata da mafiologi e procuratori scrittori. Quella della provincia “babba”, Cosenza, l’Atene di Calabria che ha vissuto un violento assolto al cielo di proletari e colletti bianchi. Centinaia di morti, immancabili innocenti, alta borghesia mafiosa nelle stanze dei bottoni, magistrati e poliziotti collusi, verità nascoste e rimosse. Illustri sociologi affibbiarono alla malavita cosentina la patente di gangaster. Invece sono sempre stati una mafia per giuramento e mentalità.

Dionesalvi si fa scudo “dell’opera fantasia, sebbene ricostruisca una storia realmente accaduta” per evitare noie di querela secondo la stilema New epic e adopera pseudonimi per identificare il boss pentito “dritto e medaglione” che tenne al laccio processo e città con le sue dichiarazioni, il capo della Mobile che tiene alto il capo solo verso gli antagonisti, tutti i personaggi sono riconoscibili a chi li conosce ma non con il loro nome.. Tutto il resto è autentico. Il ciclo del cemento, le vite di quartiere, Freddy Scott il cantautore malandrino ucciso nello stesso quartiere dello Smilzo quando i guappi del quartiere erano solo guappi. Non sappiamo se alcuni dialoghi particolarmente riusciti, soprattutto sul piano umoristico, siano frutto di invenzione o realismo. Ma in un romanzo questo è anche il bello del gioco.

Una letteratura potente e agile mescola lacerti di carte giudiziarie, articoli d’epoca, contesti storici, flusso di pensiero dello Smilzo. Azione e io narrante vanno insieme in una moviola esistenziale di chi viene arrestato per la prima volta a tredici anni e vaga tra carceri e pestaggi delle guardie, conosce i circuiti di sicurezza della carcerazione speciale e ti mostra alla Sciascia che se la Legge è eguale per tutti, non tutti gli uomini sono  uguali. Il personaggio dello Smilzo e l’autore Francesco Pezzulli sovrapposti ne sono l’euclidea dimostrazione.

Cento pagine avvincenti che si leggono tutte di un fiato. Un’evasione resa possibile dalla linea curva dello straordinario che diventa incredibilmente retta per l’ardire della libertà. Attorno l’evasione esistenziale che s’inserisce nella tradizione classica di Sante Notarnicola ed Edward Bunker dove chi delinque, attraverso il leggere e scrivere diventa fiore che spunta dal letame.

Dionesalvi ha avuto un ruolo da angelo custode in tutto questo. Con lo Smilzo hanno scritto un romanzo verità che merita di essere letto per scrutare la storia della mafia da un punto di vista diversa. La mafia di provincia. Quella senza grandi riflettori. Quella cha ha incatenato tanto Sud ad una dolente condizione di acedia sociale.


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